Insulla è un pittore autentico, aldilà di schemi e movimenti. Egli, attraverso un itinerario complesso e variegato, nel quale illuminante è stato l'insegnamento del padre (anch'egli artista e soprattutto abile scultore del legno), ha finalmente raggiunto un suo linguaggio personale inconfondibile: un linguaggio in cui tutte le arti sembrano confluire, tanto è vero ed assorto, intenso e musicale, incisivo e pittorico, vasto di echi e di movenze e rapidamente sintetico; un linguaggio in cui trova compiutezza il dramma dell'uomo, la sua triste odissea terrena, il suo oscuro e amletico senso del vivere. Ecco perchè a noi sembra limitato il giudizio di quanti vorrebbero confinare l'opera di Insulla entro gli esclusivi schemi del realismo, pur riconoscendo evidenti tendenze guttusiane.
Le elaborazioni del pittore gelese non sono solo documento di una Sicilia destinata a scomparire (chi ha insistito su questa tematica non ha considerato, sia pure mettendo a fuoco una profonda partecipazione nostalgica, che l'arte di Insulla rifugge dal puro folklore) della Sicilia modificata dall'inesorabile livellamento industriale che avrebbe secondo la felice espressione del poeta Alfredo Gugliara "capovolto persino i colori del cielo, turbato i mari e fatto inaridire i campi" ma di una Sicilia perenne, da secoli straziata di pene, piegata da un ingiusto destino, offesa e profanata in ogni tempo, anche quando si è parlato di giustizia, di redenzione sociale, di libertà e si sono sbandierati tanti miti seducenti di cui un emblema antico è la trivella di petrolio. Se alla Sicilia industrializzata Insulla oppone la Sicilia degli agricoltori, dei pastori, dei contadini, dei poveri artigiani di un tempo, è perchè il suo interesse fondamentale è rivolto all'uomo come ricettacolo di dolore, all'eterno Adamo cacciato dal cielo è destinato a non ritornarvi, all'uomo che rimane consapevole del suo stato a cui non sa porre rimedio. Ne consegue che l'opera di Insulla è di carattere esistenziale ed implicitamente polemica e rivoluzionaria, coraggiosamente contestatrice, per niente idilliaca od evasiva.
L'arte del siciliano insomma non è sterile fuga nel tempo e nello spazio, espressione disperata di chi teme che il vecchio mondo stia per essere cancellato da quello nuovo e per amore vuole strapparlo al tempo, ma atto costante di denuncia, drammatica testimonianza, anche se resa talvolta con lievi tocchi di pennello con sospiri trepidi di colori o librata nella luce. Le opere insulliane sono dense di significati di una problematica e angosciosa visione della vita frutto di un travaglio che rasenta la disperazione.
I Cristi dipinti da Insulla sono fiaccati dalla prepotente "humanitas" dei vinti e dei buoni; sembrano gridare - figure strazianti e straziate, fatte di cera e di fango, di elevazione e di carne - la vanità del sacrificio estremo in colori insieme eterei e funerei. I paesaggi sono veri e antropomorfici: e vi senti l'anima umana, "la pena di vivere così" anche se la presenza umana è assente o sembra costituire apparentemente un elemento non necessario ed è posta in maggiore ombra. I notturni spesso alleggeriti e dissolti in una vereconda luce lunare sono gelidi e silenti, quasi paesaggi astrali e non terreni, angoli di un mondo in cui gli uomini sepolti in tuguri scontano quotidianamente la morte. I ritratti lacerati di dolore come scolpiti nel legno, rivelano la saggezza, l'ironia, le vane speranze, ma soprattutto la cristiana accettazione, il fatalismo della nostra gente triste anche nei momenti di abbandono, meditabonda anche nell'assenza di pensieri, affaticata anche quando gode di un'ora di ozio, la precaria condizione dell'uomo di oggi senza Dio e senza valori terreni.